I BIGOLI CON L’ “ANARA”

Ho vent’anni e sono sull’aereo che mi riporta in Italia, dopo due mesi di soggiorno studio a Cambridge. A Malpensa ci sarà papà ad aspettarmi con la sua Alfasud rosa salmone. Che strano, solo in questo momento ricordo quanto sia buffa! La forma a uovo, il colore insolito e l’abitudine di papà di non chiudere mai a chiave le portiere perché ama dire: “Se dovessero rubarmela, almeno non andrà distrutta la serratura!” Sono stata ospite di due famiglie: la prima era la classica famiglia inglese: capofamiglia professore al College, la mamma insegnante, i figli laureati e già fuori casa. La villetta sembrava uscita da un libro di Agatha Christie, mi aspettavo che da un momento all’altro Miss Marple scostasse le tende per le sue acute indagini! Frequento la facoltà di lingue a Verona; sogno di diventare interprete e girare il mondo. Prima di partire per l’Inghilterra ho conosciuto un ragazzo; forse è amore.

Nella seconda famiglia, invece, regnava un’aria bohemienne; il prato era trascurato e pieno di buche scavate dal loro cane lupo; decine di quadri erano appesi o appoggiati alle pareti e il salotto, a causa dei salti di Jeremy e Thomas e degli artigli del gattone di casa, aveva conosciuto tempi migliori. Il papà era un artista e la mamma, dopo due maschietti, era ancora in dolce attesa. La notte passata è stata piuttosto turbolenta. Alle cinque dovevamo partire per raggiungere l’aeroporto di Luton, sessanta chilometri da Cambridge, ma a mezzanotte sono iniziate le doglie e lì, nel lettone, è nata Victoria, una splendida creatura di quasi quattro chili.

Anche la mia mamma ha partorito in casa, soltanto con l’aiuto della levatrice e della “zia Assunta”, la nostra affezionata e premurosa vicina di casa. Io, la prima di tre sorelle, quando arrivava il momento del parto, venivo spedita da nonna Maria, nella sua vecchia casa con l’orto, il vigneto, l’albero di piccole pere, l’albicocco dietro la legnaia e le zucche abbarbicate sul muro scrostato. C’erano le galline che razzolavano libere e depositavano le uova nei loro nidi; le oche, dal lungo collo, starnazzavano continuamente e le anatre mute, col loro incedere goffo, si trasferivano, tutte in fila, dal cortile fino al campo, là in fondo dove correva un fossato. Che bello, tra poco atterrerò e dopo tre ore di viaggio sarò ancora a Montagnana. Due mesi in Inghilterra sono stati interessanti, ma ora desidero solo riabbracciare i miei cari, ritornare nella vecchia casa di campagna e sentire ancora il gusto fresco delle verdure dell’orto e il profumo del ragù che pipa lentamente sulla stufa a legna della cucina.

Papà, a Natale, ha portato a casa un attrezzo strano, di cui avevo sentito parlare ma che non avevo mai visto: il torchio. Occorre molta forza perché l’impasto deve essere piuttosto consistente, ma il risultato è eccezionale; i bigoli messi ad asciugare sui cavalletti di legno sono belli da vedere e, conditi con il ragù d’anatra, davvero squisiti.

Ho sessantasei anni, non giro il mondo come interprete e ho sposato il ragazzo conosciuto 46 anni fa. Abito nella vecchia casa della nonna, ho due figli, due nipoti e un’incontenibile passione per la cucina!

LA RICETTA

Ingredienti per 6 persone:

  • 400 grammi di farina GranPasta del Molino Quaglia
  • 4 uova
  • oppure 400 grammi di bigoli freschi
  • un’anatra pulita di circa 1 chilo e mezzo
  • una noce di burro
  • 2 carote piccole
  • 1 gamba di sedano
  • 2 cipolle bianche piccole
  • 1 spicchio d’aglio
  • salvia, rosmarino, brodo di carne
  • sale, pepe q.b.
  • Parmigiano o grana padano
  • Un bicchiere di vino bianco secco

 

Impastate la farina con le uova ottenendo un panetto piuttosto consistente. Lavoratelo per almeno 15 minuti e fatelo riposare avvolto nella pellicola per 30 minuti. Formate i bigoli con il torchio. In commercio, naturalmente, potete trovare ottimi bigoli freschi, ma se possedete il torchio, usatelo! Vi garantisco, soddisfazione e… fatica in ugual misura!

Tagliate a pezzi l’anatra, scaldate 2 cucchiai d’olio in un tegame e rosolate i pezzi d’anatra, unite la cipolla intera, una carota, l’aglio schiacciato, la salvia e il rosmarino. Salate, pepate e infine sfumate con il vino bianco. Non è nella tradizione antica, ma potete aggiungere anche qualche pomodorino maturo che darà un po’ di colore al sugo. Abbassate la fiamma e fate cuocere, coperto, per circa un’ora, unendo ogni tanto del brodo. Appena pronta lasciatela raffreddare, eliminate la pelle e riducete la polpa a pezzi sfilacciandola con le mani, senza tagliarla. Passate il fondo di cottura attraverso un colino schiacciando bene con il cucchiaio e tenetelo da parte. Pulite il tegame con la carta da cucina e fatevi scaldare l’olio rimasto, unite il sedano, la seconda cipolla e la restante carota tagliati a dadini e lasciateli stufare dolcemente per circa 10 minuti salando e pepando. Aggiungete il fondo di cottura e la polpa sfilacciata, profumate con il rosmarino fresco tritato. Lessate i bigoli, scolateli al dente e conditeli con il ragù d’anatra e una noce di burro.

Serviteli caldissimi accompagnati dal formaggio grattugiato.

bigoli con l'anara


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